il Quaderno di Saramago

Febbre suina (2)

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 30 aprile 2009

di José Saramago

Continuiamo. L’anno scorso, una commissione convocata dal Pew Research Center ha pubblicato una informativa sulla “produzione animale in allevamenti industriali, in cui si poneva in risalto il grave pericolo che il circolare continuo di virus, caratteristico delle greggi o mandrie enormi, aumentasse la possibilità di apparizione di nuovi virus in seguito a processi di mutazione o di ricombinazione che avrebbero potuto generare virus più efficaci nella trasmissione tra umani”. La commissione metteva anche in guardia sull’uso indiscriminato di antibiotici negli allevamenti suini – più economico che in ambienti umani – che stava favorendo l’aumento di infezioni da staffilococco, allo stesso tempo in cui gli scarichi liquidi residuali generavano episodi di escherichia coli e di pfiesteria (il protozoo che ha ucciso migliaia di pesci negli estuari della Carolina del Nord e che ha contagiato decine di pescatori).

Qualsiasi miglioria nell’ecologia di questo nuovo agente patogeno dovrebbe far fronte al mostruoso potere delle grandi corporazioni aviarie e d’allevamento, come Smithfield Farms (suino e manzo) e Tyson (pollame). La commissione ha riferito di un ostruzionismo sistematico messo in atto dalle grandi imprese, comprensivo di aperte minacce di bloccare i finanziamenti ai ricercatori che collaborassero con la commissione. Si tratta di un’indutria molto globalizzata e con influenze politiche. Così come il colosso della carne di pollo di Bangkok, Charoen Pokphand, fu capace di mettere a tacere le indagini sul suo ruolo nella diffusione dell’influenza aviaria nel sudest asiatico, è probabile che l’epidemiologia forense del focolaio di influenza suina sbatta la testa contro il muro di gomma dell’industria della carne di maiale. Questo non significa che non si riuscirà mai a puntare il dito contro qualcuno: sulla stampa messicana si mormora già di un epicentro nei pressi di un’enorme filiale della Smithfield nello stato di Veracruz.  Ma ciò che conta è il bosco, non i singoli alberi: il fallimento della strategia pandemica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’ulteriore declino della sanità pubblica mondiale, la morsa applicata dalle grandi multinazionali farmaceutiche sui medicinali salvavita e la castrofe planetaria rappresentata dalla produzione di allevamenti industriali ecologicamente irresponsabili.

Ne risulta che i contagi sono molto più complicati rispetto all’entrata di un virus presumibilmente mortale nei polmoni di un cittadino incastrato nella tela degli interessi materiali e della mancanza di scrupoli delle grandi imprese. Tutto contagia tutto.  La prima morte, tanto tempo fa, è stata quella dell’onestà.  Ma si potrà mai chiedere, veramente, onestà a una multinazionale? Chi ci cura?

07/05/09-Nota: La settimana scorsa José Saramago ha scritto sull’influenza, allora chiamata suina. Il suo testo, basato su “alcune provvidenziali letture”, come si dice all’inizio, avrebbe dovuto contenere nelle trascrizioni fatte delle virgolette e la citazione concreta della fonte da cui erano state prese. Allo stesso tempo, la fotografia che accompagnava il testo avrebbe dovuto avere una didascalia che allo stesso modo non è apparsa.

Queste mancanze, dovute a un problema di conversione, in nessuna maniera attribuibile a José Saramago, sono occorse durante il processo di divisione e re-invio del testo. Sia chiaro adesso che Saramago citava un articolo di Mike Davis (il di cui link sarebbe dovuto apparire), pubblicato nella rivista digitale “Sin Permiso” e intitolato “La gripe porcina y el monstruoso poder de la gran industria pecuaria” nel quale viene spiegato che l’industrializzazione dell’allevamento poteva essere alla base di possibili pandemie. Mike Davis è autore del libro ”El monstruo llama a nuestra puerta” pubblicato in Spagna da Ediciones El Viejo Topo e tradotto in portoghese da María Julia Bertomeu, in cui si allarmava per l’influenza aviaria.

Per quanto riguarda la fotografia delle sculture con la mascherina sulla bocca, e pubblicata dal portale Yahoo Messico, si notava che ricorda una scena di “Cecità” quado la moglie del medico entra in una chiesa e vede che le immagini hanno tutti gli occhi bendati. Fernando Meirelles, nel suo film, ripropone questa immagine.

Ci dispiace che questo problema tecnico abbia dato luogo a fraintendimenti e, soprattutto, che non sia stato riconosciuto come meritava il lavoro di Mike Davis. Sia quel che sia, José Saramago è cosciente che deve delle scuse a Mike Davis. Spera che queste vengano accettate.

Una piazza in Messico
Una piazza in Messico

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Febbre suina (1)

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 29 aprile 2009

di José Saramago

Non conosco niente sull’argomento e l’esperienza diretta di aver convissuto durante l’infanzia con i maiali non mi serve a niente. Quella era più che altro una famiglia ibrida di umani e animali. Ma leggo con attenzione i giornali, ascolto e vedo i reportage della radio e della televisione, e alcune provvidenziali letture mi hanno aiutato a capire meglio i particolari delle cause all’origine dell’annunciata pandemia, forse potrei trascrivere qui alcuni dati che aiutino a loro volta il lettore. Già da parecchio tempo gli specialisti in virologia sono convinti che il sistema di agricoltura intensiva della Cina meridionale sia stato il principale vettore della mutazione influenzale: sia della sua “deriva” stagionale sia dell’episodica “trasformazione” del genoma virale. Ormai già sei anni fa, la rivista Science ha pubblicato un importante articolo in cui mostrava che, dopo anni di stabilità, il virus della febbre suina dell’America del Nord aveva intrapreso un salto evolutivo vertiginoso. L’industrializzazione degli allevamenti, da parte di grandi imprese, ha rotto quello che fino ad allora era stato il monopolio naturale della Cina sull’evoluzione dell’influenza. Negli ultimi decenni, il settore degli allevamenti si è trasformato in qualcosa che assomiglia più a quello petrolchimico che all’idea bucolica della fattoria a conduzione familiare che nei libri di scuola descrivono con compiacenza…

Nel 1966, per esempio, negli Stati Uniti c’erano 53 milioni di suini distibuiti in un milione di fattorie. Attualmente, 65 milioni di maiali sono concentrati in 65.000 strutture. Questo significa passare dagli antichi porcili ai ciclopici inferni fecali di oggi, nei quali, tra lo sterco e sotto un calore soffocante, pronti a scambiarsi agenti patogeni alla velocità della luce, si ammassano decine di milioni di animali con sistemi immunitari molto più che deboli.

Sicuramente non sarà l’unica causa ma non potrà essere ignorata. Tornerò sull’argomento.

Una piazza in Messico

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Ricordi

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 28 aprile 2009

di José Saramago

Siamo la memoria che abbiamo, senza memoria non sapremmo chi siamo. Questa frase,  prodotta dalla mia testa molti anni fa, nel fervore di una delle tante conferenze e interviste a cui il mio lavoro di scrittore mi costringe, oltre a sembrarmi, immediatamente, un verità primaria, di quelle che non ammettono discussioni, si riveste di un equilibrio formale, di un’armonia tra i suoi elementi che, credevo io,  avrebbe contribuito a una facile memorizzazione da parte degli ascoltatori e dei lettori. Nei limiti del mio orgoglio, e mi piace pensare che non siano molto estesi, mi autocompiacevo di essere l’autore della frase, nonostante, dall’altra parte, la modestia, di cui comunque non sono del tutto privo, mi sussurasse ogni tanto che la frase era vera così come affermare che il sole nasce a oriente. Insomma, una ovvietà.

Ora, anche le cose apparentemente più ovvie, come sembrava essere questa, possono essere messe in discussione in qualsiasi momento. É questo riguarda anche la nostra memoria, che, a giudicare da informazioni recentissime, corre chiarmente il rischio di scomparire, aggiungendosi, per così dire, al gruppo delle specie in via d’estinzione. Secondo queste informazioni, pubblicate su riviste scientifiche autorevoli come Nature e Learn Mem, è stata scoperta una molecola, chiamata ZIP (non si giudichi dal nome), capace di eliminare tutti i ricordi, buoni o cattivi, felici o nefasti, lasciando il cervello libero dalla carica mnemonica accumulata nel corso della vita. Il bimbo appena nato non ha memoria e così finiremmo anche noi. Come diceva il tizio, la scienza avanza in modo barbaro, ma io, questa scienza, non la voglio.  Mi sono abituato a essere quello che la memoria ha fatto di me, e non sono del tutto scontento del risultato, nonostante i miei gesti non siano sempre stati i più meritavoli. Sono un animale terrestre come qualsiasi essere umano, con qualità e difetti, con errori e risultati ottenuti, lasciatemi rimanere così. Con la mia memoria, ciò che io sono. Non voglio dimenticare niente.

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I bimbi vestiti di nero

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 27 aprile 2009

di José Saramago

Una cara amica – la pittrice Sofía Gandarias –mi ha raccontato che, alcuni anni fa, mentre era in visita di lavoro in Sri Lanka, l’antica Ceylon, restò molto sorpresa incontrando per le strade dei ragazzi vestiti con tuniche nere. Non le sembrò che si trattasse di un segno distintivo di una casta o etnia particolare, tanto più che nessun adulto era vestito in quel modo. Di domanda in domanda, indagando, riuscì a ottenere la spiegazione di quell’insolito modo di vestirsi. Le famiglie di questi ragazzi erano state convinte a consegnare i loro figli ai militanti dell’islamismo nella sua versione violenta, la jihad, affinché si trasformassero in martiri della rivoluzione islamista, o, in altri termini, per indossare un giorno un gilet carico di esplosivi e farsi esplodere in un mercato, in una discoteca, in una stazione di autobus, in qualsiasi luogo dove si possano causare più morti. Ignoro se questi padri e queste madri abbiano ricevuto dei compensi materiali o se si è limitato tutto alla facile promessa di un immediato ingresso nel paradiso di Allah. Non so. Non so se quei ragazzi con la tunica nera sono ancora in attesa che arrivi la loro ora o se già non appartengono più a questo mondo. Non so niente. E mi fermo qui. Non che mi manchino le parole, è che mi ripugnano.

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Eduardo Galeano

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 24 aprile 2009

di José Saramago

Grande agitazione nelle redazioni di giornali, radio e televisioni di tutto il mondo. Chávez si avvicina a Obama con un libro in mano, è evidente che una qualsiasi persona di buon senso troverà che non è esattamente il momento appropriato per chiedere un autografo al presidente degli Stati Uniti, lì, in pieno vertice, ma, in realtà, si tratta di un delicato presente da capo di Stato a capo di Stato, né più né meno che Le vene aperte dell’America Latina di Eduardo Galeano. Chiaramente il gesto porta acqua al suo mulino. Chávez avrà pensato: “Questo Obama non sa niente di noi, come se non fosse ancora nato, Galeano lo istruirà”. Speriamo che sia così. La cosa più interessante, però, oltre all’esaurimento de Le vene su Amazon, il quale è passato a occupare da un modestissimo posto nelle classifiche di vendita alla gloria del “best-seller”, dalla cinquantesima e qualcosa al secondo posto nella classifica, è stata la rapida, e sembrava organizzata, apparizione di commenti negativi, soprattutto sui giornali, cercando di screditare, per quanto talvolta utilizzando delle sfumature benevole, il libro di Eduardo Galeano, puntando sul fatto che l’opera, oltre che eccedere con analsi senza fondamento e con marcati preconcetti ideologici, non erà più attuale rispetto alla momento corrente. Ora, Le vene aperte dell’America Latina è stato pubblicato nel 1971, quasi quarant’anni fa, quindi, e a meno che il suo autore non fosse una specie di Nostradamus, solo con un erculeo sforzo dell’immaginazione avrebbe potuto anticipare la realtà del 2009, così diversa anche dagli anni immediatamente precedenti. La condanna dei commentatori affrettati, oltre che in cattiva fede, è abbastanza ridicola, così come lo sarebbe accusare la Vera storia della conquista della Nuova Spagna, per esempio, scritta nel secolo XVII da Bernal Díaz del Castillo, di abbondare, anche lei, di analisi senza fondamento con marcatissimi preconcetti ideologici. La verità è che chiunque voglia essere informato su quello che è successo in America, in quell’America, fin dal XV secolo, non avrà che da guadagnarne leggendo il libro di Eduardo Galeano. La cosa peggiore di quelli e di altri commentatori che brulicano in giro è che conoscono poco la Storia. Ora ci manca solo sapere in che modo Barack Obama sfrutterà la lettura de Le vene aperte. Sembra essere un buon alunno.

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