il Quaderno di Saramago

Geometria Frattale

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 31 marzo 2009

di José Saramago

Così come il signor Jourdain de Molière faceva prosa senza saperlo, c’è stato un momento della mia vita in cui, senza rendermene conto, mi trovai ad avere a che fare con qualcosa di tanto misterioso come la geometria frattale, di cui, mi sento giustificato nel dirlo, ignoravo tutto. É successo nel 1999, quando lo studioso di geometria spagnolo, Juan Manuel Garcia-Ruiz, mi scrisse per farmi notare un esempio di geometria frattale nel mio libro Tutti i nomi. Mi indicava il passaggio in questione, che recita così: “Osservando dall’alto… sembra un albero caduto, con un tronco corto e spesso, costituito da un nucleo centrale di sepulture, da cui si trascinano quattro poderosi rami, contigui all’origine,  che poi, con successive biforcazioni, si estendono a perdita d’occhio, formando… una folta coppa in cui la vita e la morte si confondono”. Non ho pensato di cambiare lavoro, ma tutti i miei amici notarono che c’era qualcosa di nuovo nel mio spirito, una specie di folgorazione sulla via di Damasco.

In quei giorni ero al passo con i migliori studiosi di geometria del mondo, né più, né meno. Quello a cui loro erano arrivati grazie a molto studio, io l’avevo raggiunto grazie a un colpo d’intuizione scientifica, di cui, a dirla tutta, nonostante il tempo che è passato, ancora non mi capacito. Dieci anni dopo, provo la stessa emozione nel finire un libro intitolato Armonía Fractal – De Doñana a las marismas di cui Juan Manuel è autore insieme al suo collega Héctor Garrido. Le illustrazioni sono molto spesso straordinarie, i testi di una precisione scientifica per niente incompatibile con la bellezza delle forme e dei concetti. Compratelo e regalatevelo. Ve lo consiglia un’autorità…

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Raposa do Sol

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 30 marzo 2009

di José Sarmago

Da quelle parti di tanto in tanto il sole sorge in maniera differente.  Non ditelo agli indios della riserva indigena di Raposa do Sol nello Stato di Roraima, a nord del Brasile, a cui il Supremo Tribunale Federale ha appena riconosciuto e confermato definitivamente il diritto al pieno possesso e utilizzo dei mille chilometri quadrati di cui è composta la riserva. La sentenza non lascia margini a dubbi: i non-indios devono uscire immediatamente da Raposa do Sol, così come le imprese del riso che per anni hanno invaso il territorio occupandolo abusivamente. Già nel 2005 il presidente Lula aveva deciso la restituzione della riserva agli indigeni e l’espulsione delle imprese del riso, ma le autorità dello Stato di Roraima, a favore dei risai, fecero ricorso al Tribunale Supremo ritenendo incostituizionale il decreto presidenziale. Quattro anni dopo il Giudice Supremo si esprime sull’argomento mettendoci una pietra sopra in modo definitivo. Però in questo idilliaco quadretto non sono tutte rose e fiori. Alla fine, la lotta di classe, tanto discussa in tempi relativamente recenti e che sembrava esser stata condannata alla spazzatura dalla Storia, esiste ancora. Con la visione unilaterale che noi, gli europei, abbiamo dei problemi sociali dell’America Latina, tendiamo a vedere unanimità laddove non esistono e mai sono esistite. A Raposa do Sol, gli indios arricchiti, ché ce ne sono anche là, avevano sposato la causa dei non-indios e delle imprese del riso. La festa è stata degli altri, dei poveri.

Qui giù, nella Città Meravigliosa, quella del samba e del carnevale, la situazione non è migliore. L’idea, adesso, è di cingere le favelas con un muro di cemento armato alto tre metri. Abbiamo avuto il muro di Berlino, abbiamo le mura della Palestina, adesso quelle di Rio. Intanto il crimine organizzato campeggia ovunque, le complicità verticali e orizzontali penetrano nei meccanismi dello Stato e, in generale, nella società. La corruzione sembra imbattibile.
Che fare?

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Nido di vespe

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 27 marzo 2009

di José Saramago

I segnali non sono mancati: attenzione, l’Unione Europa rischia di diventare un nido di vespe pericoloso quanto ridicolo. Era impossibile che i vecchi egoismi nazionali, la sempiterna ambizione personale dei politici, la corruzione mentale (perlomeno questa) che da sempre infetta qualsiasi tentativo di organizzazione collettiva che non si regga su chiari principi di onestà intellettuale e di rispetto reciproco, era impossibile, ripeto, che questo insieme di elementi estremamente negativi non finisse per rendere l’Unione Europea la più grande caricatura di se stessa. E’ successo da poco con l’intervento del ceco Mirek Topolanek, presidente di turno dell’Unione e, sconcertante paradosso, primo ministro dimissionario nel suo paese, che non solo ha inveito contro il presidente degli Stati Uniti nei termini più duri, accusandolo, per il suo piano, di portare l’economica sulla “strada per l’inferno”, o, versione attenuata, “del disastro”, ma ha anche chiaramente espresso l’orientamento dei suoi sogni e simpatie: liberalismo radicale di vecchia scuola e rigetto di qualsiasi misura che possa essere assimilabile, per quanto in maniera superficiale, a un interventismo social-democratico. Il signor Topolanek è, evidentemente, una forte speranza per l’umanità.

Per pura coincidenza, il presidente del governo spagnolo, Rodríguez Zapatero, solo due giorni fa si è ritrovato sotto il fuoco incrociato di tutto l’arco dell’opposizione a causa, non del prossimo ritiro di militari, perchè questo era stato deciso già da un anno,  ma per aver mancato alle norme più elementari, non avvisando in modo preventivo la NATO e l’amministrazione nord-americana. Secondo me, in effetti, il governo ha sbagliato. Ma la domanda che mi si presenta è questa: cosa pensa di fare l’Unione Europea per far capire al signor Topolanek che lui, oltre che reazionario, è rozzo e maleducato?

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Questione di cuore

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 26 marzo 2009

di José Saramago

Dialogo in una televendita di automobili. Al lato del padre, che conduce, la figlia, di sei o sette anni, domanda: “Papà. Sapevi che Irene, la mia compagna di scuola, è nera?” Il padre risponde: “Sì, certo…” E la figlia: “Beh io no…” Se queste tre parole non sono esattamente un pugno alla bocca dello stomaco, sono senz’altro un’altra cosa: uno schiaffo per la mente. Direte che il breve dialogo non è altro che il frutto del talento creativo di un pubblicitario geniale, ma, anche qui accanto a me, mia nipote Julia, che non ha ancora cinque anni,  alla domanda se a Tías, luogo in cui viviamo, ci fossero dei neri, ha risposto che non sapeva. E Julia è cinese…

Si dice che la verità sgorghi spontanea dalla bocca dei bambini, però, visti gli esempi in questione, non sembra essere questo il caso, se Irene è veramente nera e anche a Tías le nere non mancano. La questione è che, al contrario di quello che si crede, nonostante tentino di convincerci del contrario, le verità uniche non esistono: le verità sono multiple, solo la menzogna è globale. Le due bambine non vedevano neri vedevano persone, persone esattamente come loro vedono se stesse, quindi, la verità scaturita è semplicemente altra.

Il signor Sarkozy, per esempio, non la pensa così. Adesso ha avuto l’idea di procedere con un censimento etnico che permetta di “radiografare” (sua espressione) la società francese, per sapere, quindi, chi sono e dove sono gli immigrati, in modo da poterli sottrarre all’invisibilità e verificare se le politiche contro le discriminazioni siano efficaci. Secondo un’opinione molto diffusa, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Sarà quella la direzione che percorrerà la Francia se questa iniziativa dovesse avere buon fine. Non è difficile immaginare (in passato gli esempi abbondano) che il censimento possa trasformarsi in uno strumento perverso, origine di nuove e più sottili discriminazioni. Sto seriamente pensando di chiedere ai genitori di Julia di portarla a Parigi a dare un consiglio al signor Sarkozy…

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Il domani e il millennio

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 25 marzo 2009

di José Saramago

Qualche giorno fa ho letto un articolo di Nicolas Ridoux, autore di Meno è più. Introduzione per una filosofia della decrescita, e ho ricordato che alcuni anni prima, all’alba del millennio in cui siamo, avevo partecipato a un incontro a Oviedo in cui si sollecitavano degli scrittori a tracciare obiettivi per il millennio. A me sembrò che parlare del millennio fosse un po’ troppo ambizioso, per questo mi ripromisi di parlare soltanto del giorno seguente. Ricordo che portai proposte concrete e una di quelle è la stessa adesso spiegata da Ridoux nel suo Meno è più. Ho cercato sul disco rigido del computer, deciso a recuperare parte di ciò che avevo scritto allora e che oggi mi sembra ancora più attuale.

Per quanto riguarda le visioni del futuro, credo sia meglio che ci si cominci a preoccupare del giorno di domani, quando, si suppone, saremo ancora quasi tutti vivi. In realtà, se nel lontano anno 999, da qualche parte in Europa, i pochi saggi e i molti teologi che c’erano allora avessero provato a prevedere come sarebbe stato il mondo da lì a mille anni, credo che avrebbero sbagliato su tutto. Nonostante ciò, credo che una cosa l’avrebbero più o meno indovinata: che non c’era nessuna differenza fondamentale tra il confuso essere umano di oggi, che non sa e non vuol chiedere dove lo portano, e la terrorizzata gente che, in quei giorni, temeva di essere vicina alla fine del mondo. In confronto, ci sarà un numero maggiore di differenze di tutti i tipi tra le persone che siamo oggi e quelle che ci succederanno, non tra mile, ma cento anni. In altre parole: è probabile che noi abbiamo, oggi, molto più in comune con quelli che hanno vissuto un millennio fa rispetto a quello che avremo con quelli che da qui a un secolo vivranno il pianeta… Il mondo sta finendo adesso, siamo al tramonto di ciò che mille anni fa stava appena sorgendo.

Adesso, mentre finisce o non finisce il mondo, mentre cala o non cala il sole,  perché non dedichiamo il nostro tempo a pensare un po’ al giorno di domani, in cui quasi tutti noi saremo ancora felicemente vivi? Invece di queste proposte forzate e gratuite sul e per l’uso del terzo millennio, che, da subito, lui stesso si occuperà di trasformerare in nulla,  perché non decidiamo di proporre alcune idee semplici e qualche progetto alla portata di qualsiasi comprensione? Queste, per esempio, nel caso in cui non ci venga in mente niente di meglio: a) Avanzare dalla retroguardia, ossia, avvicinare alle prime linee del benessere le crescenti masse di gente lasciate indietro dai modelli di sviluppo in uso; b) Creare un nuovo senso dei doveri umani, rendendolo correlato al pieno esercizio dei proprio diritti; c) Vivere come sopravvissuti, perché i beni, le ricchezze e i prodotti del pianeta non sono inesauribili; d) Risolvere la contraddizione  tra l’affermazione che siamo sempre più vicini gli uni agli altri e l’evidenza che ci troviamo sempre più isolati; e) Ridurre la differenza, che aumenta ogni giorno, tra quelli che sanno molto e quelli che sanno poco. Credo sia dalle risposte che daremo a questioni come queste che dipenderà il nostro domani e il nostro dopodomani. Che dipenderà il prossimo secolo. E il millennio intero. A questo proposito, si torni alla Filosofia.

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