il Quaderno di Saramago

Formentor

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 30 settembre 2009

post del 28 settembre

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/09/28/uma-saudacao-para-formentor/

L’uomo pone, però sono le circostanze a disporre.  Dopo tanti mesi  passati ad assaporare il viaggio progettatato a Mallorca, l’incontro con gli amici, il dibattito annunciato, ecco che le ragioni di una salute che neccessita d’essere vigilata sono venute a sconsigliarmi l’impresa: le già citate circonstanze e le casualità hanno fatto sì che alcuni esami che dovevo fare coincidessero con le date dell’incontro. Pazienza. Ci saranno altre Formentor e in una di quelle ci sarò. Queste parole sono dirette a tutti i partecipanti all’incontro, conferenzieri e pubblico. Esprimono il mio dispiacere per l’assenza forzata, ma, allo stesso tempo, vogliono dare testimonianza dell’importanza della continuità di Formantor, tanto per gl’obblighi contratti in passato quanto per le speranze che il suo ritorno possa portare alla definizione di nuove strategie sul piano dell’azione culturale. Lo spirito libero di Formantor degli anni 60 deve essere resuscitato, e questo è il momento giusto per farlo. Tutti abbiamo sentito che è suonata l’ora per alzare ancora una volta la parola per promuovere riflessioni libere e, non si scandalizzino i casti uditi, la giusta dissidenza. Si tratta di questo: dissentire è uno dei diritti che mancano nella Dichiarazione dei Diritti Umani. L’altro è il diritto all’eresia. I partecipanti del “vecchio” Formentor, tra i quali, oltre Carlos Barral, mi fa piacere ricordare il mio collega José Cardoso Pires, lo sapevano, tutto il loro impegno si è orientato verso una necessaria demistificazione di concetti e nella chiarificazione della funzione sociale dello scrittore, indipendente da strette ideologiche o partitarie. Parliamoci chiaro e ci capiremo l’un l’altro.
Saluto tutti, amici e sconosciuti, Perfecto Cuadrado, e anche Jan Goytisolo a cui voglio esprimere in questa breve dichiarazione tutto il mio rispetto e tutta la mia ammirazione.

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Il ritorno

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 29 settembre 2009

post dell’11 settembre

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/09/11/o-regresso/

La sessione in ricordo dell’opera e della figura di Jorge de Sena, realizzata al Teatro S.Carlos il 10 luglio del 2008, aveva un titolo che a questa distanza apparirà premonitore: Jorge de Sena – Un ritorno. Per parlare dell’autore di “Segnali di Fuoco” si sono riunite li, oltre a un rappresentante della Fondazione, guarda caso il suo patron, alcune delle persone più qualificate nell’ambito del pensiero letterario e critico portoghese: Eduardo Lourenço, Vítor Aguiar e Silva, Jorge Fazenda Lourenço e António Mega Ferreira, partecipazioni che hanno potuto contare con l’intelligente moderazione del ministro della Cultura, José António Pinto Ribeiro. La sala del S.Carlos era piena fino ai loggioni, il che dimostra che la premonizione, se lo era, l’avevano condivisa anche qualche centinaia di persone. C’è stata una lettura di poesie da parte di Jorge Vaz de Carvalho e il pianista António Rosado ha interpretato composizioni sulle quali Sena aveva scritto. Chi c’era non lo dimenticherà mai. Alla fine la Fondazione ha offerto a ogni partecipante un astuccio di chiavi: quelle che avrebbero dovuto apreire le porte necessarie affinché Jorge de Sena tornasse definitavamente al suo paese. No, non è stata premonizione. Semplicemente, quello che deve essere, deve essere e ha molta forza. La forza di tutte quelle persone, quasi un migliaio, unite nello stesso pensiero: che torni Jorge de Sena, che torni subito. Alla fine è tornato. Non so se siamo rimasti arricchiti. Più coscienti delle nostre responsabilità sì. Poche cose avrebbero fatto così tanto piacere a Jorge de Sena.

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Commiato

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 28 settembre 2009

post del 31 agosto

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/08/31/despedida/

Dice il ritornello che non c’è bene che duri per sempre né male che perseveri, e questo calza a pennello con il lavoro di scrittura che finisce qui e in chi lo ha prodotto. Qualcosa di buono si troverà in questi testi, e a loro, senza vanità, rendo omaggio, qualcosa di male avrò fatto in altri e per questo difetto chiedo scusa, ma solo per non avrelo fatto meglio, perchè diversi, mi si perdoni, non potevano essere. Il commiato è sempre stato meglio che fosse breve. Questa non è un’aria d’opera in cui inserire adesso un inderminabile adio, adio. Addio, quindi. A presto? Sinceramente non credo. Ho cominciao un altro libro e voglio dedicargli tutto il mio tempo. Nel frattempo avrete lì “Caino”.

P.S: – Pensandoci meglio, non è necessario essere così radicali. Se qualche volta dovessi sentrie la necessità dì commentare o esprimere la mia opinione su qualcosa, verrò a bussare alla porta del Quaderno, che è il luogo in cui più liberamente mi potrò esprimere.

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La giunta del motore

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 25 settembre 2009

post del 28 agosto

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/08/28/a-junta-do-motor/

Già sessant’anni fa avrei dovuto saper guidare un’automobile. In quei remoti tempi conoscevo bene il funzionamento della tanto prodiga macchina per il lavoro e per il passeggio, smontavo e rimontavo motori, pulivo carburatori, sistemavo valvole, analizzavo differenziali e scatole del cambio, installavo i ceppi dei freni, rammendavo camere d’aria forate, infine, con la precaria protezione della mia tuta blu che mi difendeva meglio che poteva dalle macchie d’olio, ho portato a termine con ragionevole efficenza quasi tutte le operazioni a cui si sottopone un’automobile o un camion dal momento in cui entra in un’officina per recuperare la salute, sia quella meccanica che quella elettrica. Mancava soltanto che mi sedessi un giorno davanti al volante per ricevere le lezioni pratiche che sarebbero dovute culminare con l’esame e la sognata promozione che mi avrebbe permesso di entrare nella classe sociale sempre più numerosa degli automobilisti patentati. Tuttavia, questo meraviglioso giorno non è mai arrivato. Non sono solo i traumi infantili a condizionare e influenzare l’età adulta, anche quelli che si soffrono nell’adolescenza possono finire per sortire conseguenze disastrose, come in questo caso, determinando in modo del tutto negativo la futura relazione del traumatizzato con qualcosa di tanto quotidiano e banale come l’automobile. Ho solide ragioni per pensare di essere il deplorevole risultato di un trauma di questo tipo. Ancora: per quanto l’affermazione potrà sembrare paradossale a chi dalle intime connesioni tra causa ed effetto estrapola soltanto idee elementari, se nei miei verdi anni non avessi lavorato come fabbro-meccanico in un’officina per automobili, oggi, probabilmente, saprei guidare una macchina, sarei un orgoglioso trasportatore invece di un umile trasportato.
Oltre alle operazioni che ho già riferito, e come parte obbligata di alcune di quelle, sostituivo anche le giunte dei motori, queste sottili placche forate di lamine di rame senza le quali sarebbe impossibile evitare fughe della mescola gassosa di combustibile e aria tra la testata del motore e il blocco dei cilindri. (Se il linguaggio che sto utilizzando risulta arcaicamente ridicolo agli esperti di automobili moderne, regolate più dai computer che dal cervello di chi le conduce, la colpa non è mia: parlo di quello che ho conosciuto, non di quello che non conosco, è già tanto che non mi metta qui a descrivere la struttura delle ruote dei carri da buoi e il modo per imbrigliare questi animali al giogo. Anche questo è un argomento arcaico su cui possiedo qualche competenza). Quindi, un giorno, dopo aver finito il lavoro e aver collocato la giunta al suo posto, dopo aver avvicinato con la forza dei miei diciannove anni i perni che costringono al blocco la testata del motore, mi ero messo a eseguire l’ultima fase dell’operazione, riempire d’acqua il radiatore. Ho svitato quindi il tappo e ho cominciato a versare nella bocca del radiatore l’acqua con cui avevo riempito il vecchio innaffiatoio che veniva usato in officina per questi e altri scopi. Un radiatore è un contenitore, ha una capacità limitata e non accetta neanche un millilitro in più dell’acqua che può contenere. Acqua che se si continua a versare è acqua che trabocca. Qualcosa di strano però stava accadendo con quel radiatore, l’acqua entrava, entrava, e per quanta gliene mettessi non la vedevo salire danzando fino alla bocca, che sarebbe stato il segnale della fine del riempimento. L’acqua che avevo già versato in quella insaziabile gola sarebbe bastata a soddisfare due o tre radiatori di camion, là invece niente. A volte penso, più di sessnt’anni dopo, che adesso sarei ancora lì a tentare di riempire quella beona di una Danaides se a un certo punto non avessi sentito un rumore di acqua che cadeva, come se dentro l’officina ci fosse una piccola cascata. Sono andato a vedere. Dal tubo di scappamento dell’auto usciva un consistente flusso d’acqua che, poco a poco, davanti ai miei occhi stupefatti, ha cominciato a diminuire d’intensità fino a ridursi a poche ultime e malinconiche gocce. Cosa era successo? Avevo montato male la giunta, avevo tappato tra la testata del motore e il blocco quello che avrei dovuto aprire, e, ancora più grave di questo, avevo facilitato passaggi e comunicazioni dove non ci sarebbero dovute essere. Non sono mai riuscito a capire quale giro avesse dovuto fare la povera acqua per uscire dal tubo di scappamento. Né voglio che me lo dicano adesso. La vergogna è stata sufficiente. Probabilmente è stato quel giorno che ho cominciato a pensare di diventare scrittore. È un lavoro in cui si è allo stesso tempo motore, acqua, volante, cambio e tubo di scappamento. Forse, alla fine, il trauma ne è valso la pena.

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Repubblica

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 24 settembre 2009

post del 27 agosto

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/08/27/republica/

Compie quasi cent’anni una rivoluzione in Portogallo, del 5 ottobre del 1910, che ha destituito la vecchia e cadente monarchia per proclamare una repubblica che, tra errori e giuste selte, tra promesse e furti, passando per le sofferenze e umiliazioni di quasi cinquant’anni di dittatura fascista, è sopravvissuta fino ai nostri giorni. Durante gli scontri, i morti, tra militari e civili, sono stati 76 e i feriti 364. Durante questa rivoluzione di un piccolo paese al margine estremo dell’Europa occidentale, sulla quale si è già posata la polvere di un secolo, è successo qualcosa che la mia memoria, memoria di antiche letture, ha conservato e che non posso non evocare. Ferito a morte, un rivoluzionario civile era agonizzante per strada, accanto al palazzo del Rossio, la piazza principale di Lisbona. Era solo, sapeva di non avere nessuna possibilità di essere salvato, nessuna ambulanza si sarebbe azzardata ad andare a raccoglierlo, i tiri incrociati rendevano impossibile ogni tipo di soccorso. Allora quest’umile uomo, il cui nome, che io sappia, la storia non ha registrato, con le dita tremanti, quasi morto, ha tracciato sulla parete, con le ultime forze, con il suo stesso sangue, con il sangue che gli scorreva dalle ferite, queste aprole: “Viva la repubblica”. Ha scritto repubblica ed è morto, ed è stato lo stesso che se avesse scritto: speranza, futuro, pace. Non aveva altro testamento, non lasciava nessuna ricchezza al mondo, soltanto una parola che per lui, in quel momento, significava forse dignità, quella che non si vende né si lascia comprare, e che trova nell’essere umano la sua massima espressione.

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