il Quaderno di Saramago

La giunta del motore

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 25 settembre 2009

post del 28 agosto

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/08/28/a-junta-do-motor/

Già sessant’anni fa avrei dovuto saper guidare un’automobile. In quei remoti tempi conoscevo bene il funzionamento della tanto prodiga macchina per il lavoro e per il passeggio, smontavo e rimontavo motori, pulivo carburatori, sistemavo valvole, analizzavo differenziali e scatole del cambio, installavo i ceppi dei freni, rammendavo camere d’aria forate, infine, con la precaria protezione della mia tuta blu che mi difendeva meglio che poteva dalle macchie d’olio, ho portato a termine con ragionevole efficenza quasi tutte le operazioni a cui si sottopone un’automobile o un camion dal momento in cui entra in un’officina per recuperare la salute, sia quella meccanica che quella elettrica. Mancava soltanto che mi sedessi un giorno davanti al volante per ricevere le lezioni pratiche che sarebbero dovute culminare con l’esame e la sognata promozione che mi avrebbe permesso di entrare nella classe sociale sempre più numerosa degli automobilisti patentati. Tuttavia, questo meraviglioso giorno non è mai arrivato. Non sono solo i traumi infantili a condizionare e influenzare l’età adulta, anche quelli che si soffrono nell’adolescenza possono finire per sortire conseguenze disastrose, come in questo caso, determinando in modo del tutto negativo la futura relazione del traumatizzato con qualcosa di tanto quotidiano e banale come l’automobile. Ho solide ragioni per pensare di essere il deplorevole risultato di un trauma di questo tipo. Ancora: per quanto l’affermazione potrà sembrare paradossale a chi dalle intime connesioni tra causa ed effetto estrapola soltanto idee elementari, se nei miei verdi anni non avessi lavorato come fabbro-meccanico in un’officina per automobili, oggi, probabilmente, saprei guidare una macchina, sarei un orgoglioso trasportatore invece di un umile trasportato.
Oltre alle operazioni che ho già riferito, e come parte obbligata di alcune di quelle, sostituivo anche le giunte dei motori, queste sottili placche forate di lamine di rame senza le quali sarebbe impossibile evitare fughe della mescola gassosa di combustibile e aria tra la testata del motore e il blocco dei cilindri. (Se il linguaggio che sto utilizzando risulta arcaicamente ridicolo agli esperti di automobili moderne, regolate più dai computer che dal cervello di chi le conduce, la colpa non è mia: parlo di quello che ho conosciuto, non di quello che non conosco, è già tanto che non mi metta qui a descrivere la struttura delle ruote dei carri da buoi e il modo per imbrigliare questi animali al giogo. Anche questo è un argomento arcaico su cui possiedo qualche competenza). Quindi, un giorno, dopo aver finito il lavoro e aver collocato la giunta al suo posto, dopo aver avvicinato con la forza dei miei diciannove anni i perni che costringono al blocco la testata del motore, mi ero messo a eseguire l’ultima fase dell’operazione, riempire d’acqua il radiatore. Ho svitato quindi il tappo e ho cominciato a versare nella bocca del radiatore l’acqua con cui avevo riempito il vecchio innaffiatoio che veniva usato in officina per questi e altri scopi. Un radiatore è un contenitore, ha una capacità limitata e non accetta neanche un millilitro in più dell’acqua che può contenere. Acqua che se si continua a versare è acqua che trabocca. Qualcosa di strano però stava accadendo con quel radiatore, l’acqua entrava, entrava, e per quanta gliene mettessi non la vedevo salire danzando fino alla bocca, che sarebbe stato il segnale della fine del riempimento. L’acqua che avevo già versato in quella insaziabile gola sarebbe bastata a soddisfare due o tre radiatori di camion, là invece niente. A volte penso, più di sessnt’anni dopo, che adesso sarei ancora lì a tentare di riempire quella beona di una Danaides se a un certo punto non avessi sentito un rumore di acqua che cadeva, come se dentro l’officina ci fosse una piccola cascata. Sono andato a vedere. Dal tubo di scappamento dell’auto usciva un consistente flusso d’acqua che, poco a poco, davanti ai miei occhi stupefatti, ha cominciato a diminuire d’intensità fino a ridursi a poche ultime e malinconiche gocce. Cosa era successo? Avevo montato male la giunta, avevo tappato tra la testata del motore e il blocco quello che avrei dovuto aprire, e, ancora più grave di questo, avevo facilitato passaggi e comunicazioni dove non ci sarebbero dovute essere. Non sono mai riuscito a capire quale giro avesse dovuto fare la povera acqua per uscire dal tubo di scappamento. Né voglio che me lo dicano adesso. La vergogna è stata sufficiente. Probabilmente è stato quel giorno che ho cominciato a pensare di diventare scrittore. È un lavoro in cui si è allo stesso tempo motore, acqua, volante, cambio e tubo di scappamento. Forse, alla fine, il trauma ne è valso la pena.

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