il Quaderno di Saramago

L’ombra del padre (1)

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 5 settembre 2009

post del 6 agosto

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/08/06/a-sombra-do-pai-1/

Michail Bachtin ha scritto nel suo Estetica e Romanzo: «L’oggetto principale del genere romanzo, ciò che lo “specifica”, ciò che crea la sua originalità stilistica, è l’uomo che parla e la sua parola». Credo che raramente un’asserzione di carattere generale come questa sia stata così applicabile come per il caso umano e letterario di Franz Kafka. Mancando di rispetto a certi teorici che, non a torto, sono insorti contro la tendenza “romantica” di cercare nell’esistenza di uno scrittore i segni del passaggio dal vissuto allo scritto, che, in teoria, sarebbe la spiegazione finale del’opera, Kafka non nasconde in nessun momento (anzi sembra che faccia in modo che lo si noti) il quadro di fattori che hanno determinato la sua drammatica vita e, di conseguenza, il suo lavoro di scrittore: il conflitto con il padre, l’incomprensione con la comunità ebraica, l’impossibilità di lasciare la vita da celibe per il matrimonio, la malattia. Credo che il primo tra questi fattori, l’antagonismo mai superato che ha opposto il padre al figlio e il figlio al padre, è quello che ha costituito la trave maestra di tutta l’opera kafkiana, da cui sono derivati, come i rami di un albero derivano dal tronco principale, la profonda inquietudine intima che l’ha portato alla deriva metafisica, alla visione di un mondo martoriato dall’assurdo, alla mistificazione della coscienza.

Il primo riferimento a Il Processo si trova nei Diari, è stato scritto il 29 Luglio del 1914 (la guerra si era scatenata il giorno precedente) e comincia con le seguenti parole. “Una notte, Josef K…, figlio di un ricco commerciante, dopo un grande discussione avuta con il padre…”. Sappiamo che non è così che il romanzio comincerà, ma il nome del personaggio principale – Josef K… – era già annunciato, così come in tre rapide righe de La Metamorfosi, scritto quasi due anni prima, si annunciava già quello che sarebbe stato il nucleo centrale de Il Processo. Quando, trasformato dalla notte al giorno, senza alcuna spiegazione del narratore, in un insetto ripugnante, unione di coleottero e scarafaggio, si lamenta delle immeritate sofferenze che cadono sul commesso viaggiatore in generale e su lui stesso in particolare, Gregor Samsa si esprime in una modo che non lascia margini ai dubbi: “molto spesso è vittima di semplici mormorii, di un caso, di un reclamo gratuito, e gli è assolutamente impossibile difendersi, visto che non sa neanche di cosa lo si accusa”. Tutto Il Processo è contenuto in queste parole. Certo è che il padre, “ricco commerciante”, è scomparso dalla storia, che la madre è nominata in due dei capitoli incompleti, e anche così fugacemente e senza carità filiale, non mi sembra un eccesso di temerarietà, a meno che non mi stia sbagliando sulle intenzioni dell’autore Kafka, immaginare che l’onnipotente e minacciosa autorità paterna sia stata, con la strategia della narrazione, trasferita alle inaccessibili altezze della Legge Ultima, questa che, senza aver bisogno di annunciare una colpa concreta trovata nei codici, sarà sempre implacabile nell’applicare il castigo. L’angoscioso e allo stesso tempo grottesco episodio dell’aggressione attuata dal padre di Gregor Samsa per cacciare il figlio dal salotto, lanciandogli mele fino a che una non gli si conficca nel carapace, descrive un’agonia senza nome, la morte di qualsiasi speranza di comunicazione.

(Continua)

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