il Quaderno di Saramago

Montaña Blanca

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 22 luglio 2009

di José Saramago
http://caderno.josesaramago.org/2009/07/21/montana-blanca/

Ora che le mie gambe stanno recuperando poco a poco la resistenza e l’andatura normale grazie agli sforzi del loro padrone e di Juan, mio dedito fisioterapista, mi piace ricordare quel pomeriggio di maggio in cui, senza premeditazione, mi misi a scalare la Montaña Blanca, senza credere troppo, all’inizio, nella possibilità di arrivare fin in cima. Questo è successo 16 anni fa, nel 1993, e allora avevo esattamente 70 anni. La Montaña Blanca, che si erge a un paio di chilometri da casa mia, è la più alta di Lanzarote, il che non è che significhi molto, nonostante l’isola, oltre che molto accidentata, con le sue centinaia di vulcani spenti, non apprezzi molto il confronto con il Teide di Tenerfie. È alta, rispetto al livello del mare, poco più di 600 metri e la forma è un cono quasi perfetto. Se ci sono salito io, lo può fare chiunque, non è necessario essere uomini di montagna consumati. Conviene, però, indossare le scarpe adatte, di quelle con la punta della suola in acciaio, visto che il crinale è molto scivoloso. Ogni tre passi se ne perde uno. Sentirsi dire questo da me con le mie scarpe dalle suole consumate dai tappeti di casa… Arrivato ai piedi del monte, avevo domandato a me stesso: “E se io ci salissi?”. Salirci era, nella mia testa, scarpinare per 20 o 30 metri, solo per poter dire alla mia famiglia che ero stato sulla Montaña Blanca. Alla fine dei primi venti metri io era già certo che sarei dovuto arrivare in cima, costasse quel che costasse. E così fu. La salita richiedette più di un’ora per portarmi agli spuntoni rocciosi che circondano il monte e che dovrebbero essere quello che resta dell’antico cratere del vulcano. “Ne valse la pena?”, ci si chiederà. Se avessi le mie gambe di allora abbandonerei adesso stesso questo testo in questo punto per salire ancora una volta a contemplare l’isola, tutta, dal vulcano di Coroa, a nord, fino alle pianure di Rubicón, a sud, la valle di La Geria, Timanfaya, l’ondulare di innumerevoli colline che il fuoco ha reso orfane. Il vento mi soffiava sul viso, mi asciugava il sudore sul corpo, mi rendeva felice. È successo nel 1993 e io avevo 70 anni.

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