il Quaderno di Saramago

I colori della terra

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 16 luglio 2009

di José Saramago
http://caderno.josesaramago.org/2009/07/16/as-cores-da-terra/

Le mani, quando lavorano la terra, vi si confondono. Ci sono pittori che si avvicinano alla superficie del quadro con le mani macchiate dai colori della terra. Ci sono pittori che non possono, né mai vorrebbero, dimenticare i colori della terra quando si preparano a dipingere un viso, un  corpo nudo, il luccichio di un cristallo, o semplicemente due rose bianche in un vaso. Per questi pittori esiste anche la luce, ma l’hanno conosciuta come se fosse uscita dall’interno della terra buia. Nel distribuirla sulla tela, o su un foglio, o su una parete, per renderla visibile ricreano i toni sordi e bollenti dei fanghi, le oscurità dell’humus, il marrone delle radici, il sangue della terra rossa. Dipingono l’umano e la sua contingenza con i colori della terra perché sono questi i colori fondamentali, non gli altri. Di un ritratto dipinto con i colori della terra (come li dipingeva Cézanne) non si dice mai che assomiglia, si dice, piuttosto, che è identico, identico all’originale, identico nella sua sostanza più profonda: in questo caso, la maggiore o minore somiglianza che è capace di offrirci è quello che meno ci importa. Una figura dipinta con i colori della terra avrà sempre sul viso l’aspra interezza del silicio, nei capelli i vortici che il vento disegna e muove tra le messi, e le mani ci appariranno come se avessero appena finito di prendere dal suolo i suoi frutti più profondi. I colori, tutti i colori, quelli della terra e quelli dell’aria, cercano sempre le forme di cui hanno bisogno per essere percepiti al di là della loro prima manifestazione. I colori sono sempre stati ciò che ha sfidato o contenuto l’impeto contraddittorio che si trova implicito nelle forme, eterno campo di un conflitto tra le caotiche agitazioni della ribellione e le passività della sottomissione al costume. Tutto questo sarà senz’altro meno percettibile nei dipinti che, essendosi proposti come trasposizione mimetica del “reale” apparente, aspirano, su tutto, a essere “riconosciute”, “identificate”, “classificate”, anche se, le stesse, prima o poi, finiscono per essere prigioniere dell’azione corrosiva di uno sguardo che poco alla volta le “neutralizza”. Al contrario, nel difendersi da forme facilmente identificabili con comuni rappresentazioni della realtà circostante, l’arte astratta, sia diretta che tendenziale, “riscatta” e “libera”, in principio, l’indipendenza relativa del colore, non la “strangola”  nell’angustia coatta di configurazioni più o meno prevedibili o di modelli sociali e consensualmente corretti.
Non è stato per caso che ho usato la parola “tendenziale” come caratteristica di una certa pratica pittorica che, anche se inserita senza equivoci in quella che, generalizzando troppo, chiamiamo arte astratta, rifiuta di tagliare totalmente i ponti con il mondo dei segni e dei simboli, sia archetipici, sia moderni. È sgorgata spontaneamente nel mio spirito mentre contemplavo, con gli occhi sbarrati e preso da un’emozione poche volte provata prima, i dipinti murali con cui Jesús Mateo copriva le fredde pareti della chiesa di San Juan Bautista de Alarcón. Era davvero Jesús Mateo un artista astratto con “tendenze” realiste? o, al contrario, un pittore realista “tendenzialmente” astratto? e questi ponti che uniscono a cui mi sono riferito prima sarebbero praticabili solamente per comunicare l’arte “astratta” e i simboli generati dalle diverse indagini di cui la realtà è stata oggetto, o esistevano lo stesso per comunicare l’arte “realista” con un universo di astrazioni sempre in espansione? Ho pensato allora che Jesús Mateo, mentre si era liberato dai legami condizionanti di un realismo stretto per dedicarsi a un lavoro su forme, anche loro, “tendenzialemente” libere, nonostante da par mio continuo a sostenere la logica cromatica, aveva sfruttato, grazie all’introduzione dell’intelligente, e scelta con criterio, serie di segni e simboli senza costo identificativo, e aveva fuso in un’espressione unica, e direi quasi unisona, come un coro a piene voci simultanee, come un poliptico riunito in un solo punto di fuga, le enormi pareti che salivano dal pavimento trascinando con sé tutti i colori sordi della terra per andare incontro ai colori luminosi dell’aria. Davanti al ciclopico portento,  concetti come astrattismo e realismo  perdono qualcosa del loro significato autonomo corrente, diventano la mano sinistra e la mano destra che modellano con armonia lo stesso fango. Non so se la chiesa di San Juan Bautista de Alarcón verrà vista come la Cappella Sistina del nostro tempo, ma so, tanto per scienza, che credo vera, che per intuizione divina, che il pittore Jesús Mateo faccia parte dello stesso albero genealogico che ha dato i suoi migliori frutti con Hyeronimus Bosch e Brugel, il Vecchio. Così come loro, Jesús Mateo ha spiegato l’uomo. Il visibile e l’invisibile.

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