il Quaderno di Saramago

Bronzo

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 1 giugno 2009

di José Saramago
http://caderno.josesaramago.org/2009/06/01/bronze/

Sto lì, al centro dello spiazzo, con un libro in mano, a guardare chi passa. Mi hanno fatto un po’ più grande del normale, immagino affinché mi si veda meglio. Non so per quanti anni starò lì. Ho sempre detto che il destino delle statue è di essere rimosse, ma, in questo caso, voglio immaginare che mi lasceranno in pace, uno che è tornato in pace alla sua terra per due volte, come la persona che è e, da oggi, come anche il bronzo che è passato a essere. Nonostante la mia immaginazione alcune volte mi abbia fatto cadere nei deliri più assurdi, non si è mai spinta ad ammettere che un giorno mi avrebbero dedicato una statua nella terra in cui sono nato. Cosa ho fatto perché questo accadesse? Ho scritto alcuni libri, ho portato con me, in giro per il mondo, il nome di Azinhaga e, soprattutto, non ho mai dimenticato chi mi ha generato ed educato: i miei nonni e i miei genitori. Di loro ho parlato a Stoccolma di fronte a un’illustre platea e sono stato capito. Quello che vediamo degli alberi è soltanto una parte, importante, senza dubbio, ma che non sarebbe nulla senza le sue radici. Le mie, quelle biologiche,  si chiamano Josefa e Jerónimo, José e Piedade, ma ce ne sono altre che sono posti, luoghi, Casalinho e Divisões, Cabo das Casas e Almonda, Tejo e Rabo dos Cágados, si chiamano anche olivi, salici, pioppi e frassini, barche da caccia che navigano sul fiume, fichi carichi di frutti, maiali portati a pasteggiare, e alcuni, ancora suinetti, che dormono nel letto con i miei nonni per aiutarli a non morire di freddo. Di tutto questo sono fatto, tutto questo è entrato nella composizione del bronzo in cui mi hanno trasformato. Ma, attenzione, non c’è stata un’autocreazione naturale. Senza la volontà, lo sforzo e la tenacia di Vitor Guia e di José Miguel Correia Noras la statua non sarebbe lì. Dal più profondo della mia gratitudine lascio loro qui un abbraccio, da estendere a tutto il popolo di Azinhaga, alle cui cure lascio quest’altro suo figlio che io sono.

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