il Quaderno di Saramago

Sull’impossibilità di questo ritratto (2)

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 23 aprile 2009

di José Saramago

Nel frattempo il pittore sta dipingendo il ritratto di Fernando Pessoa. É all’inizio, ancora non si sa che volto ha scelto, tutto quello che si vede è una lievissima pennellata verde, forse ne verrà fuori un cane di questo colore per mettere in contatto un jockey giallo e un cavallo azzurro, a meno che il verde non sia soltanto il risultato fisico e chimico del jockey sul cavallo, come ci si aspetta dalla sua professione e piacere. Ma il grande dubbio del pittore non è sui colori da usare, questa difficoltà l’hanno già risolta una volta per tutte gli impressionisti,  solo gli antichi, quelli di prima, non sapevano che in ogni colore ci sono tutti i colori: il grande dubbio del pittore è se adottare uno stile riverente o irriverente, se dipingerà questa vergine come S. Luca dipinse la sua, in ginocchio, o se tratterà quest’uomo come un triste poveretto veramente ridicolo agli occhi di tutte le cameriere d’hotel e che ha scritto lettere d’amore ridicole, o se, autorizzato da lui stesso, potrà ridere di lui mentre lo dipinge. La pennellata verde, in realtà, è soltanto la  gamba del jockey giallo messa sul fianco del cavallo azzurro. Fino a quando il maestro non darà l’attacco, la musica non potrà rompere languida e triste, né l’uomo del negozio potrà cominciare a sorridere immerso nelle memorie dell’infanzia del pittore. C’è una sorta di ambiguità innocente in questa gamba verde, capace di trasformarsi in verde cane. Il pittore si lascia condurre dalle associazioni di idee, per lui, gamba e cane sono divenuti semplici eteronimi del verde: cose ben più incredibili di questa sono state possibili, non c’è da meravigliarsi. Nessuno sa cosa succede nella testa del pittore mentre dipinge. Il ritratto è finito, si aggiungerà alle diecimila rappresentazioni che l’hanno preceduto. É una devota genuflessione, è una risata di scherno, fa lo stesso, ognuno di questi colori, ognuno di questi tratti, sovrapponendosi, rendono più vicino il momento dell’invisibilità, quel nero assoluto che non rifletterà nessuna luce, se non la luce folgorante del sole, che sarebbe quindi il breve luccichio di uno sguardo, rispetto a un così repentino spegnimento. Tra la riverenza e l’irriverenza, in un indeterminabile punto, si troverà, forse, l’uomo che Fernando Pessoa è stato. Forse, perché anche questo non è certo. Albert Camus non ci pensò due volte quando scrisse: “Se qualcuno vuole essere riconosciuto, basta che dica chi è”.  Nella maggior parte dei casi, il punto più lontano a cui arriva chi osa proporsi per un’avventura del genere è quello di dire il nome che gli hanno messo all’anagrafe.

Fernando Pessoa, probabilmente, neanche a tanto. Già non gli bastava essere allo stesso tempo Caeiro e Reis, cumulativamente Campos e Soares. Adesso che non è poeta, ma pittore, e che farà il suo autoritratto, che viso dipingerà, con che nome firmerà il quadro, sull’angolo sinistro o destro, perchè tutta la pittura è specchio, di cosa, di chi, per cosa? Il braccio si leva, infine, la mano prende un’asticciuola di legno, da lontano si direbbe un pennello, ma abbiamo ragioni per dubitare: non porta su di se un colore verde, o azzurro, o giallo, non si vede nessun colore, nessuna tinta. Questo è il nero assoluto con cui Fernando Pessoa, con le sue stesse mani, si renderà invisibile.

Ma i pittori continueranno a dipingere.

Advertisements

Commenti disabilitati su Sull’impossibilità di questo ritratto (2)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: