il Quaderno di Saramago

Sull’impossibilità di questo ritratto (1)

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 22 aprile 2009

di José Saramago

Questo testo è stato la prefazione del catalogo per una mostra di ritratti di Fernando Pessoa alla Fondazione Calouste Goulbenkian all’inizione degli anni 80, credo nell’85. Per evitare di fare una brutta figura in questo blog, lo ripropongo qui.

Che ritratto di se stesso avrebbe dipinto Fernando Pessoa se, invece di poeta, fosse stato pittore, e di ritratti? Messo di fronte allo specchio, o di profilo, inclinando lo sguardo a tre quarti, come chi, nascondendosi da se stesso, si spia, che viso sceglierebbe e per quanto tempo? Il suo, diverso a seconda dell’età, somigliante a ognuna delle sue foto che conosciamo, o ancora quello delle immagini non fisse, in sequenza tra la nascita e la morte, tutti i pomeriggi, notti e mattine, iniziando in Largo de S. Carlos per finire all’Ospedale di S. Luís? Quello di un Álvaro de Campos, ingegnere navale formatosi a Glasgow? Quello di Alberto Caeiro, senza lavoro né educazione, morto di tubercolosi nel fiore della sua giovinezza? Quello di Ricarco Reis, medico emigrato di cui si sono perse le tracce, nonostante alcune recenti notizie ovviamente apocrife? Quello di Bernardo Soares, impiegato contabile nella baixa lisboeta? O uno qualsiasi, Guedes, Mora, quelli tante volte invocati, innumerevoli, sicuri, probabili e possibili? Si rappresenterebbe con il cappello sulla testa? Userebbe un trucco, per esempio, tagliandosi i baffi e scoprendo la pelle sottostante, all’improvviso nuda, all’improvviso fredda? Si circonderebbe di simboli, di numeri della cabala, di segni dell’oroscopo, di gabbiani del Tago, di moli di pietra, di corvi tradotti in inglese, di cavalli azzurri e jockeys gialli, di tumuli premonitori? O, al contrario di tutto questo, resterebbe seduto davanti al cavalletto, con la tela bianca, incapace di muovere un dito per attaccarla o per difendersi da essa, in attesa di un altro pittore che arrivasse per provare il ritratto impossibile? Di chi? Di Quale?

Per una persona che si è chiamata Fernando Pessoa comincia ad aver una giustificazione quello che di Camões si sa già. Diecimila rappresentazioni, disegnate, dipinte, modellate, scolpite, hanno finito per rendere invisibile Luís Vaz (n.d.t. Camões), quello che  ancora permane di lui è quello che basta: una palpebra chiusa, una barba, una corona di alloro. É facile intuire che anche Fernando Pessoa è sulla strada dell’invisibilità, e, tenendo in conto la presente moltiplicazione delle sue immagini, provocata da sovraeccitati appetiti di rappresentazione e facilitata da un più generale dominio delle tecniche, l’uomo degli eteronimi, già per sua volontà confuso nelle creature che lui stesso ha creato, entrerà nel buio più fitto in molto meno tempo dell’altro con un solo viso, ma con non poche voci anche lui. Probabile che sia questo, chi lo sa, il destino perfetto dei poeti, hanno perso la sostanza di un contorno, di uno sguardo consumato, di un solco sulla pelle, e sono dissolti nello spazio, nel tempo, affondati nei versi che sono riusciti a scrivere, se del viso senza forma né limiti si intromette ancora qualcosa, è certo che arriverà il giorno in cui anche quel poco verrà cancellato. Il poeta non sarà altro che memoria confusa nelle memorie, che porterà un adolescente a dirci che ha in sé tutti i sogni del mondo, come se avere sogni e dichiararlo fosse la sua prima invenzione. Ci sono motivi per pensare che la lingua sia, totalmente, opera di poesia.

(continua)

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