il Quaderno di Saramago

Adeus José

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 18 giugno 2010

Oggi, venerdì 18 Giugno, José Saramago è spirato alle 12,30 nella sua casa di Lanzarote, all’età di 87 anni, a seguito di un cedimento multiplo degli organi, dopo una lunga malattia.

Lo scrittore è morto con al suo fianco la famiglia, andandosene in modo sereno e tranquillo.

Fondazione José Saramago
18 Giugno 2010

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Né leggi, né giustizia

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 14 febbraio 2010

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2010/02/13/nem-leis-nem-justica/

In Portogallo, nel paese medievale di Monsaraz, c’è un affresco allegorico della fine del XV° secolo che rappresenta il Buon Giudice e il Cattivo Giudice, il primo con un’espressione greve e fiera sul viso e tenendo in mano la verga della giustizia, il secondo con due facce e la verga della giustizia spezzata. Non si sa per quale ragione, questi dipinti sono rimasti nascosti dietro una parete di mattoni per secoli e soltanto nel 1958 hanno rivisto la luce del sole e sono potuti essere apprezzati dagli amanti dell’arte e delle giustizia. Della giustizia, dico bene, perché la lezione civica che queste antiche figure ci trasmettono è chiara ed eloquente. Ci sono buoni giudici e siamo grati per la loro esistenza, e ce ne sono altri che, autoproclamandosi giusti, di buono hanno poco e alla fine non solo sono ingiusti ma, in altre parole, alla luce dei più semplici criteri etici, non sono brava gente. Non c’è mai stata un’età dell’oro per la giustizia.

Oggi, né oro, né argento, viviamo nel periodo di piombo. Lo dovrebbe dire il giudice Baltasar Garzón il quale, vittima di alcuni suoi colleghi troppo compiacenti con il redivivo fascismo agli ordini della Falange Spagnola e dei suoi protetti, vive sotto la minaccia di sospensione tra i dodici e i diciassette anni che liquiderebbe in modo definitivo la sua carriere di magistrato. Lo stesso Baltasar Garzón che, pur non essendo uno sportivo di alto livello, non essendo un ciclista né un giocatore di calcio o tennista, ha reso universalmente noto e rispettato il nome della Spagna. Lo stesso Baltasar Garzón che ha fatto nascere nella coscienza degli spagnoli l’esigenza di una Legge per la Memoria Storica e che, al suo riparo, ha preteso di indagare non solo sui crimini del franchismo ma anche su quelli delle altre parti in conflitto. Lo stesso coraggioso e onesto Baltasar Garzón che si è spinto a processare Augusto Pinochet, dando alla giustizia di paesi come Argentina e Chile un esempio di dignità da subito seguito. S’invoca adesso una Legge di Amnistia per quietare la persecuzione ai danni di Baltasar Garzón, ma, nella mia opinione di cittadino comune, la Legge di Amnistia è stata una manieta ipocrita per tentare di voltare pagina, equiparando le vittime ai loro aguzzini, in nome di un altrettanto ipocrita perdono generale. Ma la pagina, al contrario di quello che pensano i nemici di Baltasar Garzón, non si lascerà voltare. Dopo Baltasar Garzón, supponendo che si arrivi a un dopo, sarà la coscienza della parte più sana della società spagnola che esigerà la revoca della Legge di Aministia o la continuazione delle indagini che permetterano di rimettere la verità nel luogo da cui è stata tolta. Non con leggi  che sono inevitabilmente disprezzate e mal interpretate, non con una giustizia offesa ogni giorno. Il destino di Baltasar Garzón è nelle mani del popolo spagnolo che c’è, non dei cattivi giudici che un anonimo pittore portoghese ha ritratto nel XV° secolo.

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Quante Haiti?

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 8 febbraio 2010

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2010/02/08/quantos-haitis/

Il giorno di Ognissanti del 1755 Lisbona fu Haiti. La terra tremò quando mancavano pochi minuti alle dieci del mattino. Le chiese erano piene di fedeli, i sermoni e le messe al loro apice… Dopo una prima scossa, la cui magnitudo i geologi oggi calcolano possa aver toccato il nono grado della scala Richter, le repliche, anch’esse di grande potenza distruttiva, durarono ancora l’eternità di due ore e mezza, trasformando l’85% delle costruzioni della città in macerie. Secondo testimoni dell’epoca, l’altezza dell’onda dello tsunami che ne risultò fu di 20 metri, causando 600 vittime tra la moltitudine attratta dall’insolito spettacolo del letto del fiume lastricato di relitti di navi là affondate nel corso del tempo. Gli incendi durarono cinque giorni. I grandi edifici, palazzi, conventi, colmi di ricchezze artistiche, biblioteche, gallerie di dipinti, il teatro dell’opera da poco inaugurato, che, bene o male, avevano resistito ai primi colpi del terremoto, furono divorati dal fuoco. Dei 275 mila abitanti che Lisbona aveva all’epoca, si crede ne siano morti 90 mila. Si racconta che all’inevitabile domanda “E adesso, cosa fare?”, il ministro degli Esteri Sebastião José de Carvalho e Melo, che più tardi fu nominato primo ministro, avrebbe risposto “Sotterrare i morti e prenderci cura dei vivi”. Queste parole, che entrarono subito nella Storia, furono effettivamente pronunciate, ma non da lui. Le disse un ufficiale maggiore dell’esercito, in questo modo spogliato del suo merito, come tante volte succede, a favore di qualcuno più potente.

Sotterrare i suoi cento venti mila, o più, morti è quello che sta facendo adesso Haiti, mentre la comunità internazionale si sforza di prendersi cura dei vivi, nel mezzo del caos e della disorganizzazione multipla di un paese che anche prima del terremoto, da generazioni, già si trovava nello stadio di catastrofe lenta, di calamità permanente. Lisbona è stata ricostruita, anche Haiti lo sarà. La questione, per quanto riguarda Haiti, risiede nel come si deve ricostruire efficacemente la comunità del suo popolo, non solo ridotto alla povertà più estrema ma anche estraneo a un qualsiasi sentimento di coscienza nazionale che gli permetta di raggiungere da solo, con tempo e lavoro, un ragionevole grado di omogeneità sociale. Da tutto il mondo, da luoghi diversi, milioni e milioni di euro e di dollari si stanno riversando su Haiti. I rifornimenti sono arrivati in un’isola in cui mancava tutto, o perché perso nel terremoto, o perché non c’è mai stato. Come per un intervento di una divinità particolare, i quartieri ricchi, in confronto con il resto della città di Port-au-Prince, sono stati poco colpiti dal sisma. Si dice, e a giudicare da quello che è successo a Haiti ci pare certo, che i disegni di Dio siano imperscrutabili. A Lisbona le preghiere dei fedeli non hanno potuto impedire che i tetti e le mura delle chiese gli cadessero addosso schiacciandoli. A Haiti neanche la semplice gratitudine per aver avuto salva la vita e i beni senza aver fatto nulla per meritarlo, ha mosso i cuori dei ricchi verso la disgrazia di milioni di uomini e donne che non possono neanche fregiarsi del termine di compatrioti perchè appartenenti al più infimo dei livelli della scala sociale, ai non-esseri, ai vivi che sono sempre stati morti perchè la vita piena gli è stata negata, schiavi erano dei padroni, schiavi sono delle necessità. Il cuore del ricco è la chiave della sua cassaforte.

Ci saranno altri terremoti, altre inondazioni, altre catastrofi di quelle che chiamiamo naturali. Abbiamo il riscaldamento globale con le sue siccità e le sue inondazioni, le emissioni di CO2 che solo perchè obbligati dall’opinione pubblica i governi si rassegneranno a ridurre, e forse è già all’orizzonte qualcosa a cui sembra nessuno voglia pensare, la possibilità di una coincidenza di fenomeni causati dal riscaldamento con l’avvicinarsi di una nuova era glaciale che coprirebbe di ghiaccio mezza Europa e che adesso starebbe dando i primi e ancora benigni segnali. Non succederà domani, possiamo vivere e morire tranquilli. Ma, lo dice chi sa, le sette ere glaciali attraveso cui il pianeta è passato fino a oggi non sono state le uniche, ce ne saranno altre. Nel frattempo, guardiamo verso Haiti e verso le altre mille Haiti che esistono al mondo, non solo quelli che sono praticamente seduti su instabili faglie tettoniche per cui non c’è una soluzione possibile, ma anche verso quelli che vivono sul filo del rasoio della fame, della mancanza di assistenza sanitaria, dell’assenza di una istruzione pubblica soddisfacente, dove i fattori propizi allo sviluppo sono praticamente nulli e i conflitti armati, le guerre tra etnie separate da differenze religiose o da rancori storici la cui origine ha finito per essere dimenticata in molti casi, ma che gli interessi odierni si ostinano ad alimentare. L’antico colonialismo non è scomparso, si è moltiplicato in diverse varianti locali, e non sono pochi i casi in cui i suoi eredi immediati sono state le stese elite locali, vecchi guerriglieri trasformati in nuovi esploratori del loro popolo, la stessa ingordigia, la crudeltà di sempre. Sono queste le Haiti che vanno salvate. C’è chi dice che la crisi economica sia venuta a correggere la traiettoria suicida dell’umanità. Non sono molto sicuro di questo, ma almeno che la lezione di Haiti possa servire a tutti noi. I morti di Port-au-Prince sono andati a far compagnia ai morti di Lisbona. Non possiamo fare più nulla per loro. Adesso, come sempre, il nostro dovere è di prenderci cura dei vivi.

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Una zattera di pietra diretta verso Haiti

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 1 febbraio 2010

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2010/01/28/uma-jangada-de-pedra-a-caminho-do-haiti/

Le mie parole sono di ringraziamento. La Fondazione José Saramago ha avuto un’idea, encomiabile per definizione, ma che sarebbe potuta entrare nella storia come una semplice buona intenzione, aggiungendosi alle molte di cui si dice sia lastricata la strada per l’inferno. L’idea era di stampare un libro. Come si può notare, nulla di originale, almeno in principio, quello che non manca sono i libri. La differenza sarebbe stata che il ricavato della sua vendita sarebbe stato destinato ai sopravvissuti del terremoto a Haiti. Quantificare questo aiuto, per esempio, con la rinuncia dell’autore ai suoi diritti e con una riduzione del normale guadagno della casa editrice, avrebbe avuto il grave inconveniente di convertire in un mero gesto simbolico quello che sarebbe dovuto essere, nei limiti del possibile, sostanziale e utile. É stato possibile. Grazie all’immediata e generosa collaborazione delle case editrici Caminho e Alfaguara e delle varie entità che partecipano alla lavorazione e diffusione di un libro, dalla cartiera alla tipografia, dal distributore al libraio, i 15 euro che l’acquirente spenderà saranno consegnati interamente alla Croce Rossa affinchè li utilizzi nel migliore dei modi. Se arrivassimo a un milione di esemplari (sognare è lecito) sarebbero 15 milioni di euro di aiuti. Per la calamità che si è abbattuta su Haiti 15 milioni di euro non sono che una goccia d’acqua, ma La Zattera di Pietra (questo il libro scelto) verrà pubblicato anche in Spagna e nell’America Latina di lingua spagnola – chissà allora cosa potrebbe succedere? A tutti quelli che ci hanno accompagnato nel concretizzare l’idea originaria, rendendola più ricca e reale, la nostra gratitudine, il nostro riconoscimento per sempre.

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Su Maria João Pires

Posted in quaderno di Saramago by massimolafronza on 10 dicembre 2009

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/12/09/sobre-maria-joao-pires/

Maria João Pires non ha avuto molta fortuna nel paese in cui è nata. Sessant’anni di carriera (e che straordinaria carriera è stata la sua) giustificherebbero un omaggio di respiro nazionale capace di esprimere la nostra gratitudine per calpestare il suo stesso suolo e respirare la sua stessa aria. Non sarà così, a quanto pare, nonostante non verranno a mancare in terra portoghese altre manifestazioni di ammirazione e rispetto. È stato in casa di amici che l’ho ascoltata per la prima volta, quando non era che un’adolescente che, con il suo fragile corpo, sembrava essere appena uscita dall’infanzia, e di cui ho temuto che le braccia e le mani non arrivassero a potersi confrontare con la gigantesca tastiera. Il piano di famiglia, verticale, forse non era in perfetto stato di conservazione, ma le prime note furono limpide, cristalline, dandomi la sensazione, non già d’essere la mera conseguenza dello scontro dei martelletti con le corde, ma d’essere sgorgate direttamente dalle dita della stessa pianista. È stato il mio battesimo nell’arte di Maria João Pires. Dopo, nel corso degli anni, ogni volta che lei, grande viaggiatrice, passava da Lisbona per esibirsi, io c’ero, chiedendo alle autorità celesti di proteggerla dal malaugurio, da un semplice soffio d’aria che la potesse turbare. Forse per effetto delle mie richieste e del credito che ho nei cieli, tutti i concerti e le esibizioni di Maria João Pires a cui ho assistito sono andati felicemente a buon fine. Questa volta, per ragioni di distanza e anche di salute, non potrò essere presente, applaudire e baciare le sue mani così piene di musica, di umanità, di bellezza. Per tutto quello che mi ha fatto ascoltare e sentire, Maria João, grazie.

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